martes, 15 de diciembre de 2009

L'Efrit del Nord


L’Efrit del Nord



Vidi gli occhi di mia madre, i suoi grandi occhi scuri come grandi e scure sono le grotte degli animali selvatici, dove si sentono protetti i loro cuccioli. E sentii la sua mano che stringeva la mia con forza, fino a farmi quasi male, ma non dissi nulla perché credevo che lei non se ne fosse accorta . Volevo solo essere sicura di essere lì accanto a lei.
Sentii le voci degli uomini e delle donne che camminavano come fantasmi sulla spiaggia, trascinando i piedi, guardando verso il Nord.
Sempre verso il Nord.

E il sole sembrava un pezzo d'oro, di color arancio, color fuoco, affondando lentamente nella riga del mare. Si sentiva l'odore del fuoco lontano, dell’acqua e del sale. Ma le ombre non lasciavano vedere l'altro fianco del mondo. Il mondo magico dove gli Efrits uscivano dalle bottiglie e gli uomini non dovevano lottare ogni giorno contro una vita vestita sempre con abito scuro.

Aspettammo che il mare divorasse il sole completamente. E poi andammo lentamente in modo da non cadere, perché il mondo si era trasformato in sabbie mobili e dovevamo passare una notte fredda nel più assoluto silenzio prima di aprire finalmente gli occhi al miracolo delle lampade magiche del Nord.

Mia madre mi fece sedere sulle sue ginocchia come quando ero piccolo, e mi tenne stretto contro il petto per darmi il suo calore, perché il mare aveva dita fredde.
Non c'era la luna. Una notte nera come astrakhan, senza nessun riferimento. Sopra le nostre teste il cielo era una cupola di inchiostro nero e le stelle erano punti di coltelli affilati.
Solo noi e le stelle fredde e lontane.

Io sentivo il respiro degli uomini e delle donne ed ascoltavo i loro bisbigli e le loro preghiere. E anche il silenzo ci cullava e il mare poteva decidere a suo capriccio di friggere tutti noi con la sua bocca nera e grande..
Ma io non avevo paura.

Ero figlio di una razza di uomini forti e di donne coraggiose. Figlio di tempeste di sabbia; delle vipere che si affondano nei suoi brucianti grani ; delle piante che non hanno bisogno di acqua e degli animali che bevono poco e lavorano duro . Figlio di lucertole e delle hammade di sassi, di terre morte ed estinte; figlio degli uadi che come serpenti giganti strisciano, dopo le tempeste e ci danno l'acqua per sopravvivere per un anno.

Uomini e donne dicevano che Allah non ci lascia soli, ma io non coltivavo speranze, perché la nostra gente era stata sola per tanti anni nel deserto, vivendo nel deserto. Vivendo contro il deserto.

Non dissi nulla perché ero un ragazzo e so che gli uomini hanno spesso un Dio per non sentirsi soli nello stomaco del mondo. Sapevo bene che era indispensabile che almeno quella notte tutti credessero che Allah aveva ordinato all'universo di mantenere la calma su quel pezzo di mare.

Ma io sapevo bene che Lui non aveva fatto niente per proteggere il nostro pezzo di terra secca, la nostra terra dura che moriva dietro di noi.
“Un territorio, un nulla, un luogo di rifugiati, apolidi. Oasi secca, senza uomini, senza animali, senza bambini, senza scuole” . Così diceva il nonno. Un figlio di pastore nomade, nipote di pastori nomadi che anche erano figli di pastori nomadi. Lui che sapeva meglio di chiunque altro dove si trovassero le migliori oasi dove accamparsi e montare le tende per bere il buon latte e i dolci datteri; che conosceva e raccontava storie che erano tesori, storie della principessa Shahrazàde, sui pastori e geni, sui mercanti che viaggiavano in roulotte nel deserto e sulle rocce che si aprivano con le parole magiche e mostravano le loro budella piene di tesori.

Il freddo era ormai un ago tagliente, pungeva le ossa. Sentivo il tremore del corpo di mia madre e le sue mani irrequiete, decise a tenermi caldo sfregando le mie braccia, le mie gambe, la mia schiena.

Sentii le grida degli altri bambini. Sentii il battere dei denti. Sentii le preghiere e i sussurri. E il mio stomaco si stava muovendo in modo strano. Sembrava che volesse raggiungere la bocca per sfuggire al corpo. Sentii i conati di vomito e dopo venne un odore pungente.
Il mare non era più in silenzio. Il mare ora allungava le sue mani nere d’unghie bianche e s’infilava tra i nostri vestiti. Ci bagnava ed andava via, e dopo tornava, ancora più feroce.


Le stelle erano coltelli d'argento. Allah non aveva voluto salvare quel piccolo pezzo di mondo. E ci lasciò soli.

Il sole ci trovò su una spiaggia. Un piccolo deserto di sabbia come quello che c’eravamo lasciati indietro. Mia madre respirava con difficoltà, ma mi toccò la testa e le mani e cominciò a ridere forte, felice.
“Sei vivo, siamo vivi!!!!!”- urlava come impazzita.

Ma c’ erano corpi che giacevano sulla sabbia e strani uomini vestiti con strani abiti gli avvoltavano dentro carte argentate.
Poi vidi la bottiglia.
Era lì.
La bottiglia magica.
Lasciai mia madre e la presi.
Li c’èra l’Efrit del Nord.
Strofinai delicatamente la superficie di cristallo, quasi nel timore di sconvolgere l'Efrit che abitava all'interno.
Ma nessuno ne uscì.
Strofinai di nuovo.
Sfregai le mie dita un’ altra volta ma con più energia.
Niente..
Niente, niente…
...
Non c'era nessuno lì.

La lanciai con forza sulla superficie del mare tornai per vedere il mondo dell'altro lato.
E mi sembri che era un deserto ancora più duro e che ci mancavamo delle armi per percorrerlo.


Fine


Ps: Efrit è il nome del genio nei racconti di “Le mille e una notte”

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